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Affondare nel buio e ridere in faccia alla morte. Ma la Morte ride sempre per ultima. Un tuffo nell’interiorità di una ragazza che si risveglia e scopre di essere un mostro. O una dea?

Quale modo migliore per augurarvi un felice Halloween se non con un racconto dell’orrore? ♥
Pubblicato per la prima volta in ebook nel 2013 da Origami Edizioni, ve lo ripropongo qui nella sua versione integrale e rieditata [se preferite lo trovate anche su Wattpad e EFP!].

E se alla fine ne vorrete ancora, Breve memoriale di una principessa negromante potrebbe essere la vostra prossima lettura in salsa dark… :)


1.

Tentai di aprire gli occhi ma qualcosa di vischioso e raggrumato mi impediva di schiudere le ciglia.
Usai le dita per pulirmi. Staccai lentamente tutti i coaguli di sangue secco che mi annebbiavano la vista e che mi incollavano i capelli alla fronte. Ero ancora riversa sul tappeto con la guancia premuta sul telecomando. Alla tv un presentatore cercava di vendere a telespettatori dei tappeti di dubbia provenienza, degni del reparto occasioni di un grande magazzino.
Nonostante i sensi intorpiditi mi misi in ginocchio. La maglietta dei Led Zeppelin che portavo annodata in vita era completamente inzuppata di sangue. Soffocai un grido. Alzai la t-shirt con le dita tremanti e scandagliai ogni centimetro di pelle alla ricerca di una ferita. Niente.
La confusione che avevo in testa sparì quando mi girai verso il corridoio che dava sull’ingresso dell’abitazione. Il corpicino di Michael era immobile a pancia in giù. Un taglio profondo gli aveva reciso la colonna vertebrale, esposta e vivida nella pozza di sangue nero. Non osai avvicinarmi. Non ricordavo come e nemmeno perché, ma sapevo con certezza che ero io la responsabile. Un pessimo esordio da babysitter.
Feci mente locale: buio. Cercai nel passato, nelle ore in cui ero stata incosciente, ma non trovai alcun indizio a cui aggrapparmi. Io e Michael avevamo passato il pomeriggio da soli a guardare cartoni animati, su questo non ci pioveva. Non avevo fatto entrare nessuno in casa, se non il pony express della pizza che avevo ordinato per cena. Il pony express della pizza… Eppure non c’era traccia delle confezioni di cartone, né bicchieri di bibite gassate in giro.
Qualcosa non tornava. Avevo un’unica sicurezza: Michael era morto, ed ero stata io a ridurlo così.
Rimasi immobile alcuni istanti contando tutte le conseguenze del mio gesto inspiegabile. Persi il conto e mi alzai da terra, scattando come un corridore in una gara di staffetta. Arrancai fino al piano superiore ed entrai in bagno.
Buttai il viso sotto il getto del rubinetto e usai tutto il sapone liquido della boccetta, ma nonostante il mio impegno l’acqua che finiva nello scarico continuava a essere cremisi.
Afferrai l’asciugamano più grande che mi era capitato a tiro e ci affondai il volto. Sfregai, sfregai ancora più forte. Poi finalmente decisi di guardarmi allo specchio.
Indietreggiai sconvolta e rovesciai il cesto dei panni sporchi. L’odore di sudore stantio di alcune canottiere si mescolò al sentore metallico che mi avvolgeva.
Niente. Allo specchio non vedevo niente. Mi avvicinai alla specchiera toccandomi nervosamente il naso, gli occhi, la bocca, i capelli, che eppure sentivo tra le mani. Ma davanti a me non c’era il mio riflesso. Corsi nella camera degli ospiti, aprii l’armadio la cui anta destra fungeva da specchiera e mi ci misi davanti. Ancora niente.
Mi buttai giù dalla scalinata che avevo risalito poco prima. Ritornai nel salotto e rovistai nella borsetta alla ricerca dello smartphone. Rovesciai per terra tutto e finalmente lo trovai. Girai la fotocamera verso di me e mi scattai una fotografia, poi un’altra, poi un’altra ancora. Controllai nella memoria del telefono ma tutte e tre risultavano vuote. Si vedeva soltanto la parte della stanza dietro di me. E Michael sullo sfondo, immobile.
Accettai la situazione perché non poteva essere reale.
Rimisi nella borsetta gli oggetti che avevo sparso sul pavimento e raccolsi il golfino poggiato sul tavolo della cucina. I genitori di Michael non sarebbero rientrati prima della fine del weekend. Mi avevano pagata in anticipo promettendomi un extra una volta tornati. Immaginai che non sarebbero stati per nulla soddisfatti del mio servizio.
Spensi la televisione e abbandonai immediatamente la casa. Ragionavo con lucidità, pianificavo, mettevo in pratica. Dopo tutto quello che era successo, dopo tutto quello che non ricordavo, l’unico dettaglio che mi sconvolgeva era non provare nemmeno l’ombra di un senso di colpa.

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2.

Fuori faceva freddo, c’era la nebbia. Il venticello che avrebbe dovuto farmi venire la pelle d’oca non mi dava fastidio.
Camminai mezzora seguendo la strada principale e non incontrai nessuno. Ero esausta e con i vestiti ancora fradici di sangue per colpa dell’umidità. L’alba incombeva.
«Presto sarà tutto finito» sussurrai. «Mi sveglierò nel mio letto, o in quello di qualcun altro. Mi preparerò la colazione o un dopo sbronza, non importa. I brutti sogni spariscono con i primi raggi del sole».
Ma quando i primi raggi arrivarono, l’incubo cominciò a prendere forma.
La pelle iniziò a prudermi, diventò bollente, gli occhi presero a lacrimare senza controllo. Mi portai un braccio davanti al viso nel tentativo di proteggermi. Avvertii una tremenda sensazione di bruciore fino alla spalla e poi la nausea si impadronì di me. Barcollai. E nel momento in cui lasciai ciondolare il braccio verso l’asfalto mi resi conto che non erano lacrime quelle che mi bagnavano le guance. Era sangue. Il mio sangue.
Mi spostai dalla strada e presi una scorciatoia attraverso un giardino fino ad arrivare a una vecchia autorimessa. Camminai nelle zone buie create dalle montagne di macchine accatastate ma ormai il sole si era staccato dall’orizzonte e il caldo si faceva sempre più opprimente.
Presto sarà tutto finito” pensai.
Sotto una tettoia scorsi un cassonetto dell’immondizia che puzzava di birra fermentata e cibo marcio. Non avevo scelta. Lo aprii senza sforzo e mi ci gettai dentro, richiudendolo con un tonfo. Lo strano bruciore sulla pelle si attenuò quasi all’istante e un’irresistibile spossatezza mi colpì come una mazzata alla base del collo.
Crollai in un angolo, impotente e sudicia, come un rifiuto in attesa di essere smaltito.

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3.

Mi risvegliai nella stessa posizione in cui mi ero addormentata e dal tanfo intuii che dovevo trovarmi ancora nel cassonetto dell’immondizia. Mi arrampicai sui sacchi, sollevai il coperchio abbastanza da ricavarne uno spiraglio e mi guardai intorno con circospezione.
Era di nuovo notte.
Uscii. Gironzolai nelle vicinanze fino ad arrivare davanti alla stamberga che doveva fungere da ufficio dell’autorimessa. Fuori c’era un distributore di bibite acceso e funzionante. Avevo così tanta sete da non riuscire più a deglutire, eppure nessuna di quelle lattine ghiacciate mi faceva venir voglia di cercare qualche moneta da inserire nella macchinetta.
Mi soffermai a osservare la superficie in acciaio lucido che la rivestiva: rifletteva tutto tranne me. Un sorriso amaro mi tagliò in due il viso. Stavo iniziando a farci l’abitudine.
Abbassai il mento e mi guardai la maglietta ormai irrigidita dal sangue essiccato. Il logo del gruppo rock era seppellito sotto la chiazza scura e probabilmente non sarebbe riemerso mai più.
Qualcosa, forse l’istinto, si sostituì alla mia volontà. Sollevai un lembo e lo annusai, poi lo misi tra le labbra cercando di sciogliere i grumi con la saliva. L’idea di quello che stavo facendo smise di disgustami quando la melma che raschiavo con avidità dalla trama lisa della t-shirt cominciò a donarmi un innaturale sollievo.
Un fruscio proveniente dal boschetto vicino al rimessaggio mi mise in allarme. Mi nascosi dietro al distributore automatico, sporgendomi appena da un lato per vedere cosa stava succedendo.
Una clochard sbucò da un cespuglio con ancora parte dei pantaloni calati. Si risistemò con cura, come se fosse appena uscita dalla toilette delle signore, e si avviò per la strada con un carrello della spesa carico delle sue poche cose.
Fu di nuovo l’istinto a muovermi.
La seguii fino al limite della periferia poi, quando decisi che era il momento, mi avvicinai a lei senza farmi notare. La attaccai alle spalle con sicurezza come se fosse stato un rituale compiuto ormai per la millesima volta. Lei provò a opporsi, invano. Le strinsi una mano attorno alla gola piccola e unta fino a penetrarla con le unghie. La mia forza mi sorprese.
Nessun urlo, nessuno spettatore. Afferrai il cadavere per i piedi e lo strascinai in un vicolo poco distante. Non feci domande a me stessa, non cercai di resistere. Bevvi il sangue dalla ferita fino a vomitarlo, poi ricominciai da capo. Lo respirai, perfino. Una volta piena mi sdraiai supina a fianco della salma arida e fissai il lampione che con intermittenza dava e toglieva luce alla stradina cieca.
Mi concessi qualche minuto prima di rovistare tra gli effetti personali della vagabonda. Trovai una maglia nera a maniche lunghe che non aveva mai indossato e un paio di pantaloni verde militare. Mi ripulii, mi cambiai e mi pettinai i capelli all’indietro. Curiosai ancora. In una cassetta d’alluminio che in passato aveva contenuto biscotti al burro da discount c’era uno specchietto tascabile con una crepa che lo tagliava in mezzo.
«Non potersi guardare allo specchio aiuta» constatai.
Tra le cianfrusaglie trovai un coltello a serramanico. Aveva una bell’impugnatura in osso ma la lama era ossidata e consunta. Anche se la punta era scheggiata scommisi con me stessa che il suo lavoro lo avrebbe fatto ugualmente. Forse con addirittura più brutalità. Mi alzai la maglia e strinsi l’arma con entrambe le mani.
«Presto sarà tutto finito».
Mi trafissi la pancia affondando il pugnale fino all’elsa. Soffocai un grido e un’imprecazione mentre una fitta lancinante mi piegò le gambe. Estrassi il coltello dalla carne e lasciai che cadesse a terra con un tintinnio. In quell’istante percepii il sangue della donna farsi strada tra le mie vene. Non sentivo più dolore. In nemmeno dieci secondi il taglio si rimarginò senza lasciare cicatrici.
L’incubo era diventato un sogno.
Mi sentii potente, vincente, euforica, furba, imbattibile, superba, immortale. Ballai sul selciato insanguinato a ritmo dello scolo della grondaia inchinandomi infine alla mia ombra sul muro, l’unica parte di me che mi era rimasta.
Lasciai il cadavere ai topi e al suo destino, avviandomi verso il mio. Sentivo il sangue che mi parlava e che mi chiedeva di essere felice. Mi chiedeva di non avere rimorsi. Ero la principessa di un reame di morte, nessuno avrebbe potuto contrastarmi. Vestivo una corona invisibile, la notte era il mio trono. Avrei preso chi volevo, quando lo volevo, nel modo che desideravo e fin quando ne avrei avuto voglia.
Una voce maschile dietro di me arrestò bruscamente la mia marcia trionfale.
«Lasci tracce dappertutto, bambina» mormorò.
Nell’attimo in cui provai a girarmi per fronteggiarla, una lama sottile mi sbucò dal petto all’altezza del cuore.
«Neonati e orfani» lo sentii brontolare, «che dannata seccatura».
Rovinai a terra come un manichino urtato da un passante. Non riuscivo a muovermi né a reagire. Il sangue non mi parlava più. Con la coda dell’occhio vidi la mia mano avvizzire lentamente, dalla punta delle dita via via sempre più giù. Osservai il tatuaggio dell’Efemerottero che avevo sul dorso vicino all’attaccatura del pollice.
La pelle si era rinsecchita a tal punto da confonderne le linee e i dettagli; ora era solo un disegno indistinguibile, una macchia nera senz’anima. Come me. Eppure una volta era stato un bel tatuaggio; una stilizzata rielaborazione di un crudele mistero della natura, così come io ero stata una brava ragazza.
«Un regno breve» bisbigliai a fatica con sadica ironia, prima di percepire con piena coscienza il mio corpo dissolversi nel vento.

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