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Sono molte le donne che nella loro vita, seppur breve, hanno sfidato il destino. Oggi voglio parlarvi di due in particolare: una di queste è esistita realmente.

Domenica, 14 giugno 1942

Venerdì 12 giugno ero già sveglia alle sei: si capisce, era il mio compleanno! Ma alle sei non mi era consentito d’alzarmi, e così dovetti frenare la mia curiosità fino alle sei e tre quarti. Allora non potei più tenermi e andai in camera da pranzo, dove Moortje, il gatto, mi diede il benvenuto strusciandomi addosso la testolina.

Era il 14 giugno di 74 anni fa quando Anna Frank scriveva per la prima volta una pagina di diario. Raccontava del suo tredicesimo compleanno, quando ricevette in regalo un quadernino a quadretti bianco e rosso. Iniziò così a redigere in olandese i suoi pensieri a proposito della scuola e degli amici che frequentava.
Se fosse stata una semplice ragazza di Amsterdam, probabilmente non avrebbe mai smesso di scrivere. Forse si sarebbe dedicata gli studi, magari avrebbe scelto di sposarsi con un giovanotto rispettabile, e nel caso avesse avuto figli avrebbe sicuramente tramandato loro la sua grande passione per la narrazione.

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Ma nel luglio del 1942 Anna non era una semplice ragazza di Amsterdam.
Il suo essere ebrea la costrinse a nascondersi, insieme alla sua famiglia, in un alloggio segreto predisposto nei magazzini della ditta di Otto Frank per sottrarsi a un rastrellamento nazista. Con loro portarono lo stretto indispensabile in modo da passare inosservati; tuttavia, nei giorni successivi, dovettero dividere gli spazi angusti del rifugio con altri fuggiaschi: i signori Van Pels insieme al figlio Peter (grande amico di Anna prima e tenero amore poi) e infine il signor Fritz Pfeffer.

Scrivere diventò l’appiglio al quale aggrapparsi nelle lunghe giornate monotone. Nel suo diario Anna parla della difficile convivenza, delle angosce, delle illusioni, dei sogni, del cibo scarso, delle malattie incombenti, dello svolgimento della guerra, dei conflitti, ma anche di fatti banali e al tempo stesso disarmanti come la distribuzione del rancio e i turni in bagno.
L’ultima annotazione riporta la data del 1° agosto 1944; tre giorni dopo l’alloggio segreto venne scoperto e tutti i suoi abitanti arrestati.

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Furono condotti a Westerbork, il più grande campo di concentramento in Olanda. Il 2 settembre 1944 i Frank vennero deportati ad Auschwitz; il padre si ritrovò separato dalle figlie e dalla moglie che, da lì a poco, si spense per consunzione.
Nei primi mesi del 1945 Anna e la sorella Margot, prigioniere a Bergen-Belsen, si ammalarono di tifo esantematico. Morirono a una manciata d’ore di distanza l’una dall’altra, e l’una a fianco all’altra riposano in una fossa comune oggi ricoperta da una collinetta d’erba.
Anna, dell’oltre milione e mezzo di bambini morti nella Seconda Guerra mondiale, è il simbolo di tutti gli ebrei vittime del razzismo antisemita nazista. Nel 2009 l’UNESCO ha inserito il Diario di Anna Frank nell’Elenco delle Memorie del mondo. La sua testimonianza diretta, insieme a molte altre di sopravvissuti e non, ci permette di perpetuare il ricordo e tramandare alle generazioni future che “mai più” è l’unica via possibile.

Yael, invece, non è mai nata. Almeno nel mondo che conosciamo noi.
È la protagonista del romanzo Wolf – La ragazza che sfidò il destino edito da De Agostini che si svolge in un futuro ucronico alquanto inquietante: cosa sarebbe successo se i nazisti e i loro alleati avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale?

wolf_libro_memoriaÈ il 1956 e l’alleanza tra le armate naziste del Terzo Reich e l’impero giapponese governa gran parte del mondo. Ogni anno, per celebrare la Grande Vittoria, le forze al potere organizzano il Tour dell’Asse, una spericolata e avvincente corsa motociclistica che attraversa i continenti collegando le due capitali, Germania e Tokyo. Il premio in palio? Un incontro con il supersorvegliato Führer, al Ballo del Vincitore.

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Yael, una ragazza sopravvissuta al campo di concentramento, ha visto troppa sofferenza per rimanere ancora ferma a guardare, e i cinque lupi tatuati sulla sua pelle le ricordano ogni giorno le persone che ha amato e che le sono state strappate via. Ora la Resistenza le ha dato un’occasione unica: vincere la gara, avvicinare Hitler… e ucciderlo davanti a milioni di spettatori.
Una missione apparentemente impossibile che solo Yael può portare a termine. Perché, grazie ai crudeli esperimenti a cui è stata sottoposta, è in grado di assumere le sembianze di chiunque voglia. Anche quelle di Adele Wolfe, la Vincitrice dell’anno precedente. Le cose però si complicano quando alla gara si uniscono Felix, il sospettoso gemello di Adele, e Luka, un avversario dal fascino irresistibile…

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La trama strizza l’occhio alle atmosfere del romanzo La svastica sul sole di Philip K. Dick, aggiungendo però aspetti quasi fantascientifici e vicini a un pubblico più giovane.
Ma – dopotutto – non importa la forma scelta per affrontare l’argomento, purché se ne parli: “Quando verrà pubblicato questo libro saranno passati settant’anni dalla vittoria alleata della Seconda Guerra Mondiale” racconta l’autrice Ryan Graudin in una recente intervista. “Qualcuno penserà che riflettere su una storia mai accaduta sia un passatempo macabro e inquietante. Dopotutto Adolf Hitler non è emerso vittorioso, e gli orrori della Shoah hanno avuto fine. Molte persone sono tentate di pensare che i nazisti e le loro idee siano orrori che appartengono solo al passato. Ma il razzismo e l’antisemitismo sono ancora vivi. Spero che la storia di Yael possa non solo ricordare ai lettori che tutti gli uomini sono creati uguali, ma anche invogliarli a studiare la storia che sta dietro la finzione, e a usare questa conoscenza per esaminare il mondo di oggi. Il mondo contenuto in queste pagine rischiava di essere il nostro. Per un certo tempo e in un certo luogo lo è stato davvero, e dobbiamo sforzarci di non dimenticarlo“.

Quando Anna, quel 14 giugno, scrisse con la gioia nel cuore non sapeva il tragico destino che l’avrebbe attesa. Continuando a redigere le sue memorie anche nei periodi più neri, lo ha sfidato e così facendo una parte di lei – immortale – è giunta fino a noi.
Yael, per fortuna, è un personaggio di fantasia: ci rammenta che l’orrore vissuto da Anna e da altre milioni di persone avrebbe potuto essere ancora più atroce. E per quanto la sua storia possa rivelarsi surreale, tra le fila di chi ogni giorno aiuta la memoria è più che benvenuta.

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