La Stella di Seshat

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TRAMA

Un’archeologa, un antiquario e un illusionista condividono quello che sembra un dono inspiegabile: da secoli non invecchiano, e nemmeno le malattie sembrano scalfirli.
Rebecca Fitzroy lavora per il British Museum dal 1805. Il furto di un antico manufatto da un lussuoso appartamento di Picadilly la porterà a ricongiungersi con Malachia Cherubini e Robert Drake, conosciuti durante una spedizione al tempo della regina Vittoria.
Un enigma in caratteri geroglifici è il loro unico indizio. Quello che nasconde è il sapere supremo.
Cosa sareste disposti a sacrificare per conoscere voi stessi?

“La Stella di Seshat” è il racconto 3° classificato alla prima edizione del concorso letterario #SEMantica 22 indetto da SEM Edizioni.

 

ESTRATTO

Longevi, ci chiamavamo tra noi. Eravamo una sorta di Dorian Gray ambulanti senza un ritratto marcescente in soffitta e, durante i secoli, avevamo collezionato i più stravaganti epiteti: streghe, vampiri, angeli, demoni, doppelgänger.
Non avremmo mai conosciuto le gioie della maternità o della paternità, poiché i nostri figli morivano – senza eccezioni – appena venuti alla luce. Avremmo potuto tentare all’infinito, accontentarci di sentire per nove mesi i loro calci ovattati attraverso la pelle del ventre, per poi dover accettare di vederli spegnersi appena fatto capolino nel mondo.Avevo seppellito tre figli, tutti nati morti alle prime avvisaglie di autunni distanti vite intere l’uno dell’altro. Alcune sere percepivo ancora la sensazione asfissiante della terra bagnata sotto le unghie. Temere che la propria creatura, di cui non hai mai udito il pianto, possa sentire freddo sotto la terra è il primo segnale di una follia disperata.
Scavare tra le lacrime per riabbracciare quel corpo inerme e bianco, che non è mai stato vivo se non nel buio del tuo grembo, e poi desistere in un barlume di lucidità è un’esperienza straziante. Si rimane con un pugno di fango in mano, la gola stretta dall’angoscia e il cuore vuoto.
Ho sentito tre figli crescere e perire dentro di me. E se fossi così folle da riprovarci, un quarto, un quinto e un sesto mi farebbero singhiozzare dalla gioia e poco dopo dal tormento. Così sarà per sempre. È una delle mie tante condanne.
Malachia, Robert e io non potevamo dirci amici. Tuttavia lo eravamo, quasi inevitabilmente, per una serie di eventi e per la maledizione che ci univa.
Nella mia lunga carriera ne avevo profanati di sarcofagi, templi e necropoli. Così innumerevoli, che ormai avevo perso il conto. Eppure, con tutti gli anatemi che mi ero tirata addosso, nessuno di questi era ancora riuscito a farmi apprezzare quello sotto il quale ero nata.

 

RECENSIONI

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