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Colei che porta la vittoria

23 lunedì Mar 2020

Posted by Giorgia Penzo in Racconti

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Tag

berenice, colei che porta la vittoria, fantasy, leggere, letture, mitologia, racconti, racconto

Immaginate un futuro alternativo dove le ninfe acquatiche hanno conquistato il mondo, condannando il genere umano all’estinzione a causa di un’antica profezia.
Questo è Colei che porta la vittoria, il mio racconto post apocalittico, fantasy, ispirato alla figura mitologica di Berenice e la sua chioma contenuto nell’antologia “FATE – Storie di terra, fuoco, acqua e vento” edito da I Doni delle Muse.
Nella speranza di tenervi compagnia in questi giorni da passare a casa, da oggi è disponibile integralmente anche sul blog e sul mio profilo Wattpad.
Lady Of The Sea di Seth Lakeman è la canzone che mi ha ispirato. 🌊

Buona lettura!

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«Era il 6 maggio 1889 quando durante l’Esposizione Universale a Parigi avevano risalito la Senna e si erano presentate al Campo di Marte come le nuove mentori dell’umanità. Ci dissero di essere venute in pace, ma le loro parole suadenti e benevole valsero per una manciata di estati. Quando ci rendemmo conto che il loro unico obiettivo era quello di sterminarci, ormai era troppo tardi. L’umanità – che secondo i loro oracoli presto o tardi avrebbe distrutto il pianeta e condannato ogni creatura alla medesima fine – doveva essere annientata, in modo da scongiurare l’avverarsi della profezia.
Si presentarono a noi in un momento delicato. La tecnologia stava facendo passi da gigante, macchine volanti e fotografie in movimento albergavano in un futuro che ormai vedevamo prossimo. Ma le streghe dell’acqua – così le ribattezzammo – ci colpirono con un’arma che non potevamo contrastare, così antica che noi figli del progresso l’avevamo
accantonata tra i poemi epici e le leggende medievali: la magia.
Le prime vittime furono gli uomini. Ammaliati dalle bellissime vergini dalle caviglie sottili, molti morirono affogati nel tentativo di raggiungerle. Altri scelsero di togliersi la vita, pazzi di un amore mai corrisposto. Le armate delle Idriadi avvolsero la terra come i tentacoli di una piovra, senza lasciarci scampo: le Potameidi nei fiumi, le Limniadi nei laghi, le Eleadi nelle paludi e le Nereidi nel mare.
Riuscimmo a sconfiggere le ninfe delle acque dolci dragando i corsi d’acqua o facendoli evaporare, ma le Nereidi erano troppo numerose e l’oceano troppo vasto. I mostri da loro evocati distrussero ogni città sul loro cammino, provocando onde anomale che cancellarono intere regioni in pochi istanti: Scilla e Cariddi annientarono mezza Europa,
Umibozu seminò il panico in Estremo Oriente, Carcino e l’Idra distrussero il Medio Oriente, lku-Turso devastò l’estremo nord mentre Unktehila sommerse le Americhe.
Accecati dall’impotenza, scatenammo un massiccio effetto serra. Riscaldammo l’atmosfera e le acque del mare, con la speranza di alterarne il metabolismo al fine di renderle più deboli, ma loro si rifugiarono nelle gelide profondità degli oceani e noi ci condannammo con le nostre stesse mani. Nel giro di un anno morì il 99% della popolazione mondiale e ogni pianta, animale ed essere terrestre fu cancellato dall’Abisso che l’uomo stesso aveva creato.
Ci hanno insegnato che tutto è già stato stabilito da sempre e che nessuno può fuggire dal proprio destino. Ebbene, la chiaroveggenza delle Idriadi invece di salvare il pianeta causò la guerra che l’avrebbe consumato. Nonostante questo, le ninfe non smisero di cacciarci. Anzi. Divennero, se possibile, più agguerrite. La poca terraferma, ormai sterile, rimasta libera dall’acqua venne velocemente abbandonata. Le più grandi menti scampate al massacro idearono prima enormi mongolfiere e in seguito grandi chiatte volanti – alimentate a energia solare, eolica e poi con motori ad acqua – sulle quali accogliere i sopravvissuti. Giù, tra le onde insidiose, veleggiavano solo le navi degli eroi che combattevano per ridare la terra agli umani.
Iniziammo ad abituarci a rivolgerci al cielo come alla nostra nuova casa. Il mondo così come lo conoscevamo era scomparso. Gli uomini erano scomparsi.
Come in una sorta di macabra coincidenza, anche le creature del mare erano tutte femmine: alla stregua di alcuni tipi di pesci, al bisogno, organismi partenogenetici e indipendenti. Così anche noi, studiandole accuratamente, grazie alla tecnologia biomedica e senza nessun’altra alternativa, imparammo ad autoriprodurci. L’umanità, dopo quasi un secolo di guerra, era rappresentata da qualche migliaio di donne nate e cresciute con un unico scopo: liberare la terra dalle streghe dell’acqua.
In questo giorno, 6 maggio 2089, mattina del bicentenario dell’Approdo, noi siamo le ultime guerriere, le vendicatrici e l’unica speranza per il genere umano. Gea è l’ultimo vascello rimasto. Abbiamo sterminato ogni singola strega con le squame e i loro maledetti mostri. Manca soltanto l’ultima Nereide, Anfitrite, e il suo pugno di ancelle. Non abbiamo iniziato noi questa guerra, ma noi – e vi do la mia parola – la finiremo. Oggi è la resa dei conti. Se le uccidiamo,mforse, fra qualche secolo, quando le acque si saranno completamente ritirate, le nostre figlie potranno rifondare l’umanità. Ma fino ad allora, sotto lo stendardo del Matriarcato e al mio comando, Sorelle, noi combatteremo!».
Applausi e grida d’incitamento si levarono dalla prua alla fine del lungo monologo e decine di feluche volarono in alto, rimbalzando sulle vele spiegate. Era una bellissima giornata di primavera senza alberi in fiore e senza risate di bambini.
«Ottimo discorso» sussurrò il nocchiero sistemando l’armatura di oricalco al Capitano.
«Speriamo sia l’ultimo, signorina Liard».

***

Berenice Aryen aveva venticinque anni, era capitano di vascello da sette e come la sua intera ciurma non aveva mai attraccato a un porto o fatto scalo in un continente. Su di lei giravano molte voci che le donne dell’equipaggio si divertivano ad arricchire, alimentate dalla solitudine e dal silenzio delle notti per mare.
Si diceva che il fatto che non si fosse mai tagliata la lunga chioma – dello stesso colore della terra che non aveva mai visto – facesse parte di un voto che aveva stipulato lei stessa, in modo cosciente, al momento della sua nascita. Si diceva che i suoi occhi azzurri e lucenti fossero diventati di quel colore a forza di scrutare l’orizzonte senza sosta, a caccia della prossima preda, e che nel suo nome fosse nascosta l’Ultima Profezia.
Soltanto una cosa era certa e di dominio pubblico: Berenice era l’unica creatura vivente concepita da uno degli ultimi uomini e una strega dell’acqua. Anche se era stata cresciuta, orfana, dalle balie delle Flotte Celeste come tutte le altre bambine, Berenice conservava il suo retaggio nel profondo. Fuori non lasciava trasparire nulla. Il suo aspetto era quello di un’umana comune, seppure straordinariamente
attraente.
La madre però, prima di abbandonarla su uno scoglio, non poteva sapere di averle trasmesso qualcosa che apparteneva soltanto al popolo stregato del mare: nel sangue rosso della ragazza scorreva la stessa magia delle streghe pesce dal sangue blu.
Berenice era la miglior arciera di tutta la Flotta Celeste. La sua bravura era tale che nessun arco costruito dagli umani era riuscito a soddisfarla e a resistere, negli anni, alla sua insaziabile voglia di perfezionarsi. Così, attraverso la magia posta al servizio delle sue Sorelle, Berenice aveva creato un prodigioso arco di corallo rosso che soltanto lei poteva evocare e tendere.
Chi fosse in realtà Berenice restava un mistero. Comandava trecento anime come se fossero una sola e il suo scopo – così come le era stato ordinato dalle tre Matriarche che governavano le Flotte Celesti – eraquello solcare l’Iride, l’unico oceano, e scovare le Idriadi rimaste ovunque si trovassero. Berenice era lo sceriffo del mare, manteneva l’ordine, agognava alla pace. E dopo anni di traversate sul suo vascello di quarto rango, quella pace, quella fine così vicina, era l’unica cosa per la quale avrebbe immolato se stessa e le sue ragazze.
Mentre ancora la ciurma scherzava e commentava il discorso del Capitano, il vento cessò di soffiare. Ogni rumore parve tacere, il mare divenne una tavola e in lontananza ombre veloci saettarono, fendendo l’acqua a un pelo dalla superficie.
«Arrivano!» strillò la vedetta, indicando in direzione sud-sud-ovest.
«Pronte con i fucili a impulsi elettrici e preparate gli scudi deflettori della carena» ordinò il Capitano, ascoltando le sue direttive diffondersi di bocca in bocca per tutta la nave.
Il vascello cominciò a dondolare, prima in modo impercettibile, poi sempre più forte come se delle onde invisibili premessero dal fondo.
Berenice puntò l’indice davanti a sé e, bisbigliando parole incomprensibili, tracciò nell’aria un semicerchio. Fece un passo indietro, chinò la testa e alzò le mani sopra il capo senza smettere di sussurrare. Come uscito da un chiarore evanescente, l’arco le si
materializzò tra le mani.
«Signorine!» urlò, conquistando l’attenzione di tutto l’equipaggio. «È inutile che vi metta ancora in guardia su queste creature, ma lo farò ugualmente. Non voglio perdere nessuna di voi, non oggi».
Il Capitano afferrò una cima per contrastare l’oscillazione che via via si faceva più minacciosa. «Hanno l’aspetto di eterne e bellissime ragazzine, ma il loro fascino è secondo solo alla loro perfidia. Non abbiate pietà di loro perché loro non ne avranno di voi. Non guardatele negli occhi o vi ammalieranno con i loro poteri. Non fatevi mordere né graffiare o vi avveleneranno. Ricordate che sono streghe degli abissi e che, se vogliono, possono camminare sulla superficie dell’acqua. Non fatevi trovare impreparate, prestate attenzione alle loro alabarde magiche e ricordate, la loro stregoneria non è invincibile: se restano fuori dall’acqua per troppo tempo, soffocano. Ho preso da loro tutto quello che mi serviva: io sono umana e una Sorella. La mia magia è vostra. Voglio il ponte della nave tappezzato di Nereidi, mi sono spiegata?».
«Sì, Capitano!» risposero in coro, prendendo ciascuna la propria posizione. «Viva la Strega Umana, colei che porta la vittoria! Vinceremo!».
«E che la Dea ci protegga» pregò Berenice, incoccando una freccia.
Un colpo sordo scosse il vascello, facendolo ondulare pericolosamente come se fosse stato preda di una tempesta sottomarina. Le alabarde delle streghe avevano colpito i deflettori subacquei dello scafo, causando una fragorosa onda d’urto. Improvvisamente decine di ninfe uscirono dall’acqua e si catapultarono sul ponte, ingaggiando una lotta corpo a corpo con le guerriere della Gea.
La resistentissima armatura biancastra che indossavano – opera delle streghe maniscalco – lasciava una scia caliginosa a ogni loro movimento e conferiva alle Nereidi un aspetto spettrale. La loro pelle liscia, grigia come quella di un delfino, era screziata di squame cangianti e variopinte sugli zigomi, i polsi, i polpacci e la pinna caudale. Tra i capelli lunghi, raccolti in ricercate acconciature, s’intravedevano fili di perle intrecciati insieme con maestria. Erano bipedi, con le dita delle mani e dei piedi palmate. La coda, lunga e affusolata, veniva avviluppata sul ventre quando non si trovavano nel loro elemento naturale. I grandi occhi neri non avevano palpebre ma erano coperti solo da una membrana trasparente simile a quella dei pesci. Agili, magre e dotate di una destrezza disarmante anche fuori dall’acqua, comunicavano tra di loro attraverso suoni, click e pulsazioni indecifrabili per l’orecchio umano.
Era iniziata l’ultima lotta, la battaglia decisiva. Le grida, le imprecazioni, i pianti, gli incitamenti e le suppliche rimbombavano sul mare immobile e spettatore. Dopo poco, mentre l’azzurro del cielo si sporcava di nuvole candide venute da est, il cobalto del mare iniziò a venarsi di porpora.
Berenice distolse lo sguardo dal suo bersaglio. Strinse l’arco finché il palmo della mano non le dolse e nel frattempo cercò di fare il punto della situazione. Femmine contro femmine, una carneficina per una profezia. Quando i fucili elettrici riuscivano a fare breccia nelle solide armature, fulminavano le ninfe quasi sciogliendole. Le alabarde magiche aprivano ferite incurabili nelle carni delle giovani umane e alcune di loro, sedotte dallo sguardo delle streghe, si puntavano il fucile alla tempia e facevano fuoco.
Il sangue delle due specie aveva trasformato il ponte della nave in una pozza di melma violacea. A terra non si contavano i cadaveri, così come a fianco della nave. Rivolti a faccia in giù, molti corpi galleggiavano esanimi alla mercede delle onde. Fortunatamente per le donne della Gea, il manipolo di Nereidi stava a poco a poco perdendo l’assedio. Ridotte allo stremo, braccate per tutto l’oceano in modo da non permettere loro di riprodursi, erano poche e votate all’estremo sacrificio. La strega che le comandava non avrebbe mai permesso loro di tornare sconfitte, pena una morte tra le più cruente. Legate con alghe incantate ai pochi scogli di terra emersa, sarebbero state condannate a soffocare e a marcire al sole, come monito. Ma ormai – e Anfitrite lo sapeva – non c’erano più ninfe da spaventare o irretire; tanto valeva immolarle tutte. Le sue ancelle combatterono per ore senza accennare una ritirata fino a che, trapassata da una freccia scoccata dal Capitano, anche l’ultima di loro non chiuse gli occhi per sempre.
Nessuno sulla nave ebbe il coraggio di acclamare il trionfo. Berenice volse gli occhi azzurri sulla linea dell’orizzonte e, dopo anni d’inseguimenti, incontrò i suoi, quelli della regina del mare, cupi come le notti senza stelle.

***

Anfitrite era in piedi sul pelo dell’acqua, con gli interminabili capelli neri che sfioravano appena la superficie. Portava un’armatura in zanna di narvalo – impreziosita da bracciali e schiniere di smeraldo, a sottolineare il suo status – e stringeva tra le mani uno scettro d’oro.
«Anfitrite!» gridò Berenice, mostrandole con un gesto della mano la strage che si era appena consumata sul vascello. «Le tue serve sono morte. Non hai più figlie, non hai più nessuno. Arrenditi».
La strega avanzò lentamente sull’acqua, fermandosi a pochi metri da dove il Capitano le aveva parlato. «Potrei sparire nei fondali e tornare tra un secolo con altre Nereidi» insinuò, sorridendo in modo diabolico.
«Ed io sarei pronta a darti la caccia per altri cent’anni» replicò Berenice, risoluta.
«Lo so. Per questo ti lancio una sfida: combatteremo tu ed io, al primo sangue. La prima che colpirà l’altra ne deciderà il destino».
Dall’alto del ponte di comando, coperta dalle sue più fidate ufficiali, Berenice pensava. Pensava a come poterle salvare, a come salvarsi, a come salvare la terra che non aveva mai visto.
«Dove, quando e con quali armi?» domandò Berenice.
Anfitrite fece qualche passo indietro increspando la superficie dell’oceano, poi si profuse in un inchino sinistro. «Adesso, su questo specchio d’acqua. Con le spade del nostro popolo».
«Il mio popolo sono gli umani».
«Sei anche una strega, per quanto tu possa detestarlo».
Berenice percorse l’arco di corallo con il dito, dalla punta di un flettente all’altro e questo si dissolse in spuma di mare. «Accetto» decretò.
La Gea piombò nel silenzio. I visi delle guerriere ancora imbrattati di sangue blu si rincorrevano con lo sguardo, cercano una qualche risposta sui volti delle più alto in grado. Le parole erano di troppo, lo sapevano tutte. La decisione era stata presa. Con un cenno del capo, Berenice salutò la ciurma: fanciulle, donne anziane, femmine che avrebbero voluto essere madri e non combattenti, le sue orfane.
«Se non torno, siate padrone della vostra vita».
Il Capitano scivolò lungo una cima fino ad atterrare sull’acqua con una gamba sola. Ne saggiò la portata e infine lasciò la corda, rimanendo perfettamente in piedi. La superficie si deformò appena sotto il suo peso, alla stregua di un pavimento morbido. Raggiunse Anfitrite camminando con eleganza e sicurezza, mentre in sottofondo i brusii increduli delle sue ragazze impregnavano l’aria.
Forse per la prima volta nella vita si rese conto che, sebbene il suo aspetto fosse umano, la magia faceva parte di lei e mai avrebbe potuto rinnegarla. Anfitrite lasciò cadere lo scettro e le porse una delle spade gemelle che portava legate alla cintura di conchiglie.
«Sono state forgiate nelle fucine degli abissi, con le ossa dei mostri che da tempo immemorabile solcano i fondali di questo mondo».
Berenice l’afferrò senza esitazione. L’impugnatura d’argento fregiato tratteneva una lama bianchissima, affilata come un rasoio. Era leggera e mortale come solo un’arma magica poteva essere.
«Al primo sangue?» chiese Berenice mettendosi in guardia.
Anfitrite le rispose con un sorriso spavaldo. Non perse tempo e, con una celerità impressionante, corse verso Berenice facendole quasi perdere l’equilibrio. Quando si scontravano, le lame letali producevano un suono sordo, irreale. La Nereide ogni tanto spariva sott’acqua per riprendere fiato. La si vedeva abbandonarsi tra i flutti e lasciare che la magia svanisse da lei per un istante, giusto il tempo di lasciarla affondare. Riemergeva veloce e vorace, più di uno squalo, cercando in tutti i modi di cogliere alla sprovvista Berenice che sembrava tenerle testa con difficoltà.
Erano molti i colpi a vuoto sulle armature: sia quella della ninfa sia quella del Capitano erano state forgiate da mani eccelse. Ma in Berenice bruciava una forza interiore che non la lasciava desistere. Su di lei pendeva il futuro delle ultime umane. Se avesse perso, tutto sarebbe andato in eredità alle streghe che con gli anni Anfitrite avrebbe generato. Un pianeta disabitato, con un oceano infestato da ninfe fameliche. Ecco l’oscuro destino all’orizzonte. E il genere umano sarebbe rimasto solo una reminiscenza, nascosta per sempre nelle biblioteche sommerse.
Con un’agile mossa Berenice bloccò un fendente di Anfitrite che, se fosse andato a segno, avrebbe messo fine alla partita. Impugnò la spada e contrattaccò, cercando un varco nell’armatura smeraldina della ninfa. Lo scambio di colpi fu rapido e feroce e quando Berenice riguardò la sua spada, vide che era sporca di blu. Anfitrite era inginocchiata sul
pelo dell’acqua e con la mano si teneva la gamba sinistra. Da sotto le dita palmate il sangue sgorgava copioso, imbrattando come inchiostro la superficie del mare.
«Onora la tua parola» tuonò Berenice.
La Nereide strillò così forte che il Capitano dovette arretrare di qualche passo e la spada che aveva in pugno si polverizzò in finissima sabbia bianca. «Mai! Gli umani non si meritano questo mondo!».
La strega del mare s’immerse e senza che Berenice avesse il tempo di capire, o fuggire, Anfitrite riaffiorò con un tridente tra le mani. «Come hai osato? Non permetterò alla bastarda di una delle mie figlie di asservirmi. Non mi piegherò alla tua volontà, Strega Umana!».
Accecata dall’ira, la regina delle Nereidi cominciò ad attaccare la ragazza con l’intenzione di porre fine alla sfida. Con il tridente era più agile e Berenice, disarmata, non poteva fare altro che tentare di schivare i suoi colpi letali e sopravvivere in attesa di un’idea. Con un rapido movimento del polso squamoso, Anfitrite colpì il Capitano al fianco obbligandola carponi sullo specchio dell’Iride. La ninfa iniziò a vorticare il tridente ai suoi piedi e l’acqua si mise a ribollire in modo inquietante.
«Presto saremo insieme nel buio dell’abisso» sogghignò.
Dal mulinello che aveva creato uscirono due possenti cavalli d’acqua, con criniere e coda di schiuma e zoccoli di dura roccia arenaria. I due simulacri iniziarono a galoppare minacciosi verso Berenice, la quale aveva ancora il viso a pochi centimetri della superficie marina. La ragazza si riflesse in quegli stessi flutti che l’avevano risparmiata tanti anni fa, quando la madre aveva deciso di affidarla al suo destino.
L’oceano le apparteneva. L’aveva salvata una volta e l’avrebbe aiutata di nuovo, in questo confidava. Prese coraggio e non attese oltre. Disegnò nell’aria davanti a sé una mezzaluna e subito l’arco di corallo le apparve tra i palmi insanguinati. Infilò una mano sott’acqua e, senza smettere di fissare la Nereide degli occhi vitrei, recitò una formula incomprensibile. Lo fece adagio, come se né la fretta né la paura albergassero più nel suo spirito. Un attimo prima che le creature evocate da Anfitrite la schiacciassero, Berenice estrasse dalle onde una freccia di madreperla, la incoccò e la scagliò verso la strega pesce. Vedendo le bestie a poche falcate da lei si coprì il volto con le braccia, ma i due destrieri la investirono nella forma di milioni di gocce salmastre. La freccia perlacea aveva colpito il cuore di Anfitrite, rompendo il sortilegio a un passo dalla fine. La strega osservò per qualche secondo il suo busto trafitto. Non un rantolo, non un sospiro uscirono dalla bocca contorta. Poi, come alla fine di un incubo, reclinò la testa all’indietro e s’inabissò senza vita nella sua tomba d’acqua.

***

La Gea esplose nel più festoso degli applausi e l’entusiasmo carpì ciascun’anima superstite, da quella del mozzo a quella del comandante in seconda. Tutti i sacrifici delle persone che avevano dato la vita nella guerra contro le ninfe avevano trovato un senso. Era finita. Dopo duecento anni, si poteva tornare a sperare.
«Contattate le Flotte Celesti» ordinò Berenice una volta salita a bordo. «Dite loro che non ci sono più streghe».
«Mi permetto di dissentire, Capitano». Caenne Liard l’affiancò, prendendole la mano che non impugnava l’arco. «Ce n’è ancora una ed è nostra sorella» dichiarò, alzandole il braccio al cielo in segno di vittoria. L’equipaggio esplose in un fragore alla vista del sorriso commosso di Berenice Aryen.
Il Capitano, ancora dolorante, si diresse a prua stringendo tra le mani un pugnale rituale. L’aveva celato per anni in un panno di velluto rosso, tra l’armatura e l’uniforme, in attesa del momento opportuno. Arrivata all’estremità massima, si sporse un poco dalla balaustra azzittendo in un attimo la ciurma intenta a osservarla.
«La liberazione è giunta, il mio voto è sciolto». Berenice rinsaldò la presa del coltello, afferrò la sua chioma e la tagliò di netto sopra le spalle. «Che ora si onori il patto magico che unì mia madre, figlia dell’acqua, a mio padre, figlio della terra».
Legò la matassa di capelli attorno a un’umile freccia di legno trovata nella sua faretra e la scagliò in mezzo al mare con l’arco incantato, così lontano che le sue compagne non la videro affondare. Le donne dell’equipaggio erano ancora ammutolite quando, con un rumore assordante, le acquee all’orizzonte cominciarono a gorgogliare. Alla vista di quello che stava accadendo, sul ponte della Gea si scatenò il panico: dalle profondità degli abissi i capelli di Berenice erano riemersi, trasformandosi in una lunga lingua color ocra dalle colline rigogliose.
«Terra! Terra!» gridò la vedetta, sbracciandosi a tal punto da rischiare di cadere di sotto.
Le ragazze iniziarono ad abbracciarsi, a piangere, a impazzire di gioia. Ci fu chi rimase smarrita, chi incredula e chi, invece, ringraziò l’invisibile.
«Contattate le Flotte Celesti» dispose Berenice con un filo di voce, persa in una felicità che non faceva parte di alcun mondo conosciuto. «Dite loro che torniamo a casa».

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Il riflesso di Carola

31 lunedì Ott 2016

Posted by Giorgia Penzo in Racconti

≈ 19 commenti

Tag

carola, creepypasta, dark, halloween, horror, mostri, orrore, paura, racconto, riflesso, specchio

Se le inquietanti madri nascoste dell’era Vittoriana e le tombe loquaci della stessa epoca non sono sufficienti per farvi nascere un brivido, se nemmeno le storie di un’oscura Biancaneve e della vita effimera di una ragazza maledetta sono abbastanza, forse conoscere il destino di Carola potrebbe essere la lettura adatta allo scopo.
Sicuri che alla fine riuscirete ancora a guardarvi allo specchio?

✥ Felice Halloween! ✥


Antefatto

Ogni bambino al momento della nascita, esattamente come ogni creatura od oggetto della terra, riceve due cose che lo accompagneranno per tutta la vita: l’ombra e il riflesso.
Diversamente da quelle degli animali, delle piante o delle cose, le ombre e i riflessi degli esseri umani assorbono  sin dal principio un poco del male del mondo.
Appena un neonato viene alla luce, le sue emanazioni intangibili cominciano a guastarsi: le ombre, che di giorno lo seguono assiduamente, di notte diventano un tutt’uno con l’oscurità. Si fondono insieme e, mentre la persona dorme, l’avvolgono come una coperta tetra e impenetrabile, creando incubi spaventosi. La natura delle ombre è pigra: sono schiave accidiose che, dopo i primi sogni angosciosi, aggrediscono il proprio padrone solo di rado.
Il vero pericolo, inaspettatamente, si nasconde negli specchi.
A differenza delle ombre, servili e un po’ ribelli, i riflessi sono ineluttabilmente gelosi.
Osservano il mondo dall’altra parte, invidiando la libertà dei loro signori e, quando nessuno li vede, tramano avidamente di prendere il loro posto. Osservano in segreto la persona alla quale appartengono, cercando il momento opportuno per sostituirsi a essa. Lo scambio non è mai consenziente.
Non vi è mai capitato di conoscere qualcuno che, da un giorno all’altro, ha mutato repentinamente atteggiamento? O che si è macchiato di qualcosa di cui non lo avreste mai sospettato? A volte, più spesso di quando si creda, queste persone non sono davvero chi crediamo che siano, ma i loro riflessi evasi.
Nel caso della signorina Carola Arnolfini, il suo riflesso attese dieci anni, fino a un tardo pomeriggio di luglio del 1953.


Primo atto

Carola era riservata e introversa, viziata come tutte le bambine sole e benestanti. Era l’unica figlia di una coppia borghese di Firenze che non aveva mai tempo per lei, e adorava solo tre cose: farsi pettinare i lunghi boccoli biondi dalla tata, andare in bicicletta nella tenuta di famiglia di Villa Esperide e passare le giornate nella stanza dei giochi.
Quella camera era piena di puledri di peluche, bambole, carillon, set da ricamo, casette in miniatura e un grande specchio che dava sul patio, posto di fianco a una spalliera di legno che utilizzava per gli esercizi di danza classica.
Carola aveva tutto quello che poteva desiderare e, nonostante l’affetto distaccato dei genitori, era una bambina felice. Il suo riflesso la odiava per questo.
Poteva giocare solo fino a quando lei non si stancava; assaporava il gelato ai lamponi quando la bambina lo mangiava davanti allo specchio; indossava controvoglia i pomposi abitini che piacevano tanto a quella piccola vanitosa e la seguiva di specchio in specchio senza poter mai accennare a un rifiuto. Ma, sebbene riproducesse tutti i movimenti di Carola, il riflesso non aveva mai sentito il suono della sua voce.
Da dietro lo specchio, attento a non farsi notare, vedeva la bambina correre in cortile, sapendo che mai avrebbe potuto imitarla. Quando però lei si faceva male e si specchiava in lacrime, con le ginocchia sbucciate, la sua immagine era costretta a piangere e a sanguinare con lei. Il suo risentimento cresceva giorno dopo giorno.
Quando giungeva il momento di coricarsi, il riflesso di Carola osservava la sua padroncina addormentata dallo specchietto sul comodino.
Gli ci vollero  nove anni per perfezionare il suo piano. Aveva a disposizione un solo tentativo per prendere il posto della bimba e sapeva che, se avesse fallito, non sarebbe più potuto fuggire dalla sua prigione.


Secondo atto

Quella fatidica domenica di luglio Carola era vestita a festa per il suo decimo compleanno. Aveva un delizioso vestitino bianco a fiori gialli e ballerine di raso in tinta. I camerieri erano indaffarati a preparare il rinfresco che si sarebbe tenuto da lì a breve in giardino e il riflesso di Carola approfittò della momentanea assenza della padroncina dalla stanza dei giochi.
Sopra un tavolino bordato da un centrino color crema, stava un piccolo vassoio d’argento. Al centro, su un piattino di porcellana, c’era la merenda che la premurosa tata aveva preparato per la bambina: una mela gialla tagliata a spicchi, lucida e sugosa, spruzzata di succo di limone, perché non annerisse, e poggiata su un letto di zucchero a velo.
Esattamente come nella realtà, anche nel mondo distorto del riflesso esisteva lo stesso vassoio, ma il frutto tagliato posto a raggiera non era succulento come quello vero. Era finto, insapore e fatale per qualsiasi creatura al di qua dello specchio. All’interno della polpa, infatti, era stipata l’essenza velenosa di quel non luogo: se un essere reale avesse ingerito cibo riflesso, avrebbe inevitabilmente corrotto il suo corpo solido e creato un ponte tra i due mondi.
L’immagine di Carola controllò di essere completamente sola, poi sporgendosi oltre lo specchio con estrema circospezione, afferrò il piattino e lo sostituì con quello del suo mondo. Li collocò entrambi nella stessa posizione, con precisione millimetrica, quindi sparì, in attesa che la bimba tornasse.
Non ci volle molto perché la festeggiata, incuriosita dai pacchetti stipati nella camera, rientrasse dal giardino per aprirli, in barba alle richieste dei genitori.
Si sistemò a gambe incrociate davanti alla grande specchiera, facendo scricchiolare le scarpe nuove sul parquet. La sua immagine, ovviamente, fece lo stesso. La bambina afferrò svogliatamente  uno dei regali con una mano, mentre con l’altra prendeva una fetta di mela. Se la portò alla bocca, ne staccò un pezzo con un morso e lo masticò per alcuni istanti, riponendo l’altra metà dello spicchio sul vassoio.
«Non sa di niente» borbottò tra sé, deglutendo.
Era fatta.
Il bigliettino d’auguri: “A Carola, la mia principessa, con immenso affetto. Zia Giulia”, era adagiato sul cofanetto di velluto blu che stringeva.
Arrivava direttamente da Venezia. Conteneva un raffinato diadema di alta bigiotteria impreziosito da gocce di vetro di Murano, che la bambina si sistemò entusiasta tra i capelli d’oro.
La piccola corona catturava la luce estiva e sul muro della stanza si scatenò un arcobaleno di colori. Carola, però, voleva vederne ogni dettaglio.
Si avvicinò alla specchiera fin quasi a sfiorare la superficie col nasino. Improvvisamente due braccia infantili uscirono dallo specchio, attraversandolo come un muro gelatinoso e inconsistente.
Così come si era ripromesso nelle interminabili notti di veglia, il riflesso ghermì i piccoli polsi della bambina, senza darle la possibilità di divincolarsi. Prima che la sua vittima potesse gridare, quelle braccia pallide e forti la trascinarono nel mondo dal quale si erano sporte.
A nulla valsero gli sforzi di Carola. Il vano tentativo di opporre resistenza puntando i piedini contro la cornice dello specchio, non fece altro che offrire al mostro dall’altra parte un valido appoggio sul quale arrampicarsi e fuggire.
Il riflesso oltrepassò il varco che il corpo della bambina aveva aperto esattamente un istante prima che si richiudesse, badando che Carola non lo seguisse.
Finalmente era libero.
La prima cosa che fece fu specchiarsi: aveva il vestitino bianco a fiori gialli,  le ballerine di raso in tinta e tra i capelli portava il diadema, esattamente come la bambina dall’altra parte. Carola a iniziò a battere disperatamente le mani dietro lo specchio, gridando senza riuscire a emettere alcun suono. Per tutta risposta il suo riflesso, che ora era una bimba vera, le sorrise in modo sinistro, accarezzando la  bambola di porcellana preferita della piccola umana.
Era identica a Carola, in tutto e per tutto. Stessa età, stessa statura, fisionomicamente perfetta. Tuttavia il riflesso che ora si spacciava per lei non aveva un’anima, nemmeno un brandello.
Bastava osservarlo abbastanza a lungo negli occhi vuoti per rendersene conto. Ma chi mai ci avrebbe fatto caso?
«Tesoro, i tuoi amici sono arrivati. È ora di tagliare la torta» annunciò la tata entrando nella stanza.
«Arrivo!» rispose il simulacro, facendo un’innocente riverenza.
Come ogni riflesso, ora Carola doveva sottostare alle regole del mondo speculare. Fece un bell’inchino, allargando i lembi della sua gonna a ruota.
«Quella mela non mi piace, non voglio più mangiarla» continuò. «Buttala via».
«D’accordo» affermò la governante in tono arrendevole, mettendosi il vassoio sull’avambraccio.
Carola vide il riflesso malvagio prendere per mano la tata, non destò alcun sospetto. Eppure quella donna l’aveva cresciuta, cullata nei giorni tristi, vestita, pettinata, ascoltata, curata, amata da quando ne aveva memoria. Come poteva non accorgersi che stava tenendo per mano un demone e non la sua piccola Carola?
Tutto andava secondo i piani della creatura. La falsa signorina Arnolfini uscì dalla stanza saltellando e si chiuse dietro la porta, senza degnare di uno sguardo la propria vittima.
Carola rimase  a contemplare dietro quel vetro ormai inattraversabile, tutti i suoi giochi e la spalliera dove si allenava costantemente per il saggio di danza.
Non aveva ancora idea di tutte le privazioni che l’attendevano nei mesi e negli anni a venire. Non sapeva che non avrebbe più potuto contare su nessun aiuto o conforto, perché i riflessi non comunicano tra loro, e  anche se due persone si abbracciano davanti al medesimo specchio, i loro riflessi interagiscono solo meccanicamente, senza alcuna emozione a muoverli. Non ci sono  sentimenti, dietro quelle fredde lastre. Non c’è amicizia, né amore, non si parla, non si danza. Si imita e basta, e si è soli per sempre.
Presto la buona Carola, prigioniera dello specchio, si sarebbe guastata. Sarebbe diventata il degno riflesso del suo riflesso, gelosa e astiosa. Avrebbe tramato contro di lui, così come l’impostora che adesso tagliava la torta e vestiva le sue gonne di taffetà aveva fatto per dieci lunghi anni.
Ma il riflesso di Carola sapeva, e non avrebbe mai fatto l’errore della bambina.
Per nulla al mondo, finché avrebbe avuto vita, si sarebbe mai avvicinato a uno specchio tanto da poterlo toccare.

il-riflesso-di-carola_specchio_horror_halloween

 

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La ballerina d’argento

23 sabato Apr 2016

Posted by Giorgia Penzo in Racconti

≈ 13 commenti

Tag

amore, book, giornata mondiale del libro, la ballerina d'argento, libri, libro, racconto, solitudine

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Oggi è la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, un evento patrocinato ogni anno dall’UNESCO per promuovere il piacere della lettura, la pubblicazione dei libri e la protezione della proprietà intellettuale attraverso il copyright.
Ma perché proprio il 23 aprile? Questa data è stata scelta in quanto è il giorno in cui sono morti nel 1616 tre pilastri della scrittura mondiale: 

  • lo spagnolo Miguel de Cervantes (1547-1616)
  • l’inglese William Shakespeare (1564-1616)
  • il peruviano Inca Garcilaso de la Vega (1539-1616).

Leggere ci permette di allargare i nostri orizzonti, di vivere mille avventure in una vita sola, di provare tantissime emozioni diverse in una manciata di pagine, di incontrare persone con la nostra stessa passione e di imparare a stare con noi stessi.
“La prima cosa che la lettura insegna è come stare da soli” sostiene lo scrittore statunitense Jonathan Franzen.
La solitudine è un’arma a doppio taglio: ferisce se ne si abusa, protegge se la si sa utilizzare con intelligenza. E non c’è modo più bello che ritagliarsi del tempo da soli con un libro in mano.
Leggete, dunque: romanzi, poesie, racconti, giornali, fumetti, di seconda mano, logori, intonsi, prestati, trovati, ritrovati. Leggete quello che leggono tutti intervallando con quello che non legge nessuno, così sarete alla moda ma brillanti. Un po’ come indossare un paio di jeans col risvoltino mentre in tasca tenete l’orologio a cipolla del nonno.
A parte gli scherzi, leggete quello che voltete. I libri non sono arredamento ma regali, conforto, compagni di viaggio; sono vigorosi come il caffè in un break e calmanti quanto tisane della buonanotte.
Leggete qualsiasi cosa pensate possa rendervi felici, tristi, pensierosi o spensierati, a seconda dell’esigenza.
Insegnate ai vostri figli la passione per la lettura, in modo che poi possano tramandarla ai loro.
Rispettate i libri. Ognuno di essi racchiude un pezzetto dell’anima di chi l’ha scritto.
Comprateli, non rubateli. No, nemmeno quelli digitali. Depredate le biblioteche, e riconsegnate il bottino una volta scaduto il prestito.
Affrontate mille avventure, visitate luoghi fantastici, innamoratevi di chi non esiste, piangete con quei personaggi, ridete con loro, vivete con loro, morite con loro. E risorgete in tempo per il libro successivo.

Per questa occasione così speciale ho pensato di proporvi un mio racconto breve, La ballerina d’argento. Parla appunto di solitudine, di equivoci ma – soprattutto – d’amore.


 

Oreste amava guardarla dalla finestra mentre lei si spazzolava i capelli.
Le ricordava un’attrice del cinema americano degli anni Cinquanta di cui una volta sapeva il nome. Le sue giornate ruotavano intorno all’attesa del momento in cui lei appoggiava la spazzola sul mobile da toeletta e raggiungeva il letto, con l’incedere leggiadro di chi aveva dedicato la vita al balletto.
Oreste rimaneva immobile qualche secondo dopo che lei aveva spento la luce: la immaginava sdraiata su un fianco in un letto troppo grande per una persona sola, i lunghi capelli argentei sparsi sul cuscino. Poi sorrideva al buio dal palazzo di fronte, si riassestava il nodo alla cravatta e usciva.
Faceva il portiere notturno in un’azienda che aveva visto nascere da un’officina. Da qualche giorno non riusciva a smettere di rimuginare sulla marea di tempo libero che avrebbe avuto da lì a poche ore. La pensione gli metteva paura; sarebbe diventato ufficialmente vecchio, e lui vecchio ancora non si sentiva.
Quella sera, chiuso nel suo gabbiotto, si lasciò cullare dal cicaleccio proveniente dalla pineta. Pensò alla sua dirimpettaia, la ballerina d’argento. Non l’aveva mai incontrata, né si era mai arrischiato a disturbarla. Si incagliò di nuovo su un pensiero ricorrente, su quanto sarebbe stato bello parlare con lei. Poi, come tutte le volte, lo scacciò: era un ometto timido, all’antica; lei una signora di gran classe. Non avrebbe avuto nulla da spartire con uno come lui.
Eppure si convinse che aveva aspettato troppo a lungo. Il pensionamento gli avrebbe regalato il tempo, lui avrebbe dovuto trovare il coraggio che gli era mancato in tutti quegli anni. Quando rincasò di primo mattino gran parte della città dormiva ancora. Come di consueto si preparò una tazza di tè e raggiunse il divano del salotto. Dal mobile della televisione scelse “Il favorito della grande regina”, con Bette Davis.
«Orfeo ed Euridice» rifletté ad alta voce. «Sì, potrebbe andare».

Due biglietti per il balletto e un mazzo di gerbere erano poggiati sul pianale della cucina. Domani sarebbe stato il grande giorno.
Dopo cena Oreste si avvicinò alla finestra per augurare la buonanotte alla ballerina d’argento ma lei non era seduta al mobile da toeletta. Aspettò fino a mezzanotte. Niente. Il lampadario nella stanza da letto continuava a rimanere spento. Attese fino alle due, invano. Quella sera lei non accese la luce, né si spazzolò i capelli. Oreste non chiuse occhio per tutta la notte.
Il suono del campanello lo sorprese appisolato sul divano. Il sole era alto. Strisciò fino alla porta, guardò dallo spioncino. C’era un ragazzone serio dall’altra parte.
«Chi è?» biascicò da dietro la catena.
«Mi scusi. Mia zia voleva che avesse queste». Il ragazzo fece passare una scatola e una busta nello spiraglio. «Lei è l’inquilino del quarto piano, giusto? Quello dei film in bianco e nero».
Oreste sentì qualcosa spezzarglisi dentro. Aprì la lettera e si mise a leggere. «Sua zia…».
L’altro annuì. «Ieri. Il cuore le ha ceduto alla scuola di danza». Affondò negli occhi sconfinati di Oreste. Stavano prendendo fiato dall’ultima riga. «Mi dispiace tanto. Buona giornata, signore».

Avrei voluto avere la faccia tosta di suonare alla tua porta.
Avrei portato dei film, li avremmo visti sul divano del tuo salotto. L’ho sempre reputato troppo grande per una persona sola. Per anni, prima di colazione, mi sono nascosta dietro la tenda del soggiorno. Ho guardato con te i titoli di testa di ogni commedia, di ogni dramma, di ogni storia d’amore. Durante ogni lezione di danza che ho impartito mi sono chiesta come sarebbe stato arrivare insieme ai titoli di coda.
Ho avuto coraggio per tutta la vita, tranne che con te. Quando si invecchia si torna ragazzini, e come una ragazzina avevo la certezza che non sarei sopravvissuta se tu non avessi contraccambiato i miei sentimenti. Mi sono vista sfiorita e inadeguata, troppo in là con gli anni per avere il diritto di farmi avanti. Mi sarebbe piaciuto vincere tutte le mie insicurezze e conoscerti, caro amico del quarto piano. Se riceverai questa lettera vorrà dire che non ci sono riuscita. Il mio unico rimpianto è aver creduto fosse troppo tardi. Non dovrebbe mai essere troppo tardi, per nessuno, per nessuna cosa buona al mondo.
Sappi che il tuo ricordo è con me e lo sarà fino all’ultimo atto.

La platea del teatro si levò in un fragoroso applauso mentre calava il sipario. Oreste lasciò una gerbera sulla poltrona vuota di fianco alla sua, infilò il soprabito e ritornò a casa. Le gambe lo condussero fino alla finestra della cucina e lui non riuscì a opporsi.
«Che farò senza Euridice?» sospirò fino ad appannare il vetro.
L’icona della Madonna col Bambinello che teneva sopra il letto lo aveva vegliato per più di mezzo secolo. Oreste si allungò sul materasso, la staccò dal chiodino, baciò la cornice e la ripose nell’armadio. Al suo posto appese le scarpette di raso bianco dalla punta consumata che aveva ricevuto insieme alla lettera. Le guardò a lungo prima di spegnere la luce.
«Che terribile equivoco, amore mio» sorrise nel buio.
Il cuore di Oreste era quieto. Lei era lì con lui.

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Il regno dell’Effimera

31 sabato Ott 2015

Posted by Giorgia Penzo in Racconti

≈ 22 commenti

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31 ottobre, book, breve memoriale di una principessa negromante, dark, halloween, horror, il regno dell'effimera, mostri, orrore, racconti, racconto, scrittura, scrivere

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Affondare nel buio e ridere in faccia alla morte. Ma la Morte ride sempre per ultima. Un tuffo nell’interiorità di una ragazza che si risveglia e scopre di essere un mostro. O una dea?

Quale modo migliore per augurarvi un felice Halloween se non con un racconto dell’orrore? ♥
Pubblicato per la prima volta in ebook nel 2013 da Origami Edizioni, ve lo ripropongo qui nella sua versione integrale e rieditata [se preferite lo trovate anche su Wattpad e EFP!].

E se alla fine ne vorrete ancora, Breve memoriale di una principessa negromante potrebbe essere la vostra prossima lettura in salsa dark… :)


1.

Tentai di aprire gli occhi ma qualcosa di vischioso e raggrumato mi impediva di schiudere le ciglia.
Usai le dita per pulirmi. Staccai lentamente tutti i coaguli di sangue secco che mi annebbiavano la vista e che mi incollavano i capelli alla fronte. Ero ancora riversa sul tappeto con la guancia premuta sul telecomando. Alla tv un presentatore cercava di vendere a telespettatori dei tappeti di dubbia provenienza, degni del reparto occasioni di un grande magazzino.
Nonostante i sensi intorpiditi mi misi in ginocchio. La maglietta dei Led Zeppelin che portavo annodata in vita era completamente inzuppata di sangue. Soffocai un grido. Alzai la t-shirt con le dita tremanti e scandagliai ogni centimetro di pelle alla ricerca di una ferita. Niente.
La confusione che avevo in testa sparì quando mi girai verso il corridoio che dava sull’ingresso dell’abitazione. Il corpicino di Michael era immobile a pancia in giù. Un taglio profondo gli aveva reciso la colonna vertebrale, esposta e vivida nella pozza di sangue nero. Non osai avvicinarmi. Non ricordavo come e nemmeno perché, ma sapevo con certezza che ero io la responsabile. Un pessimo esordio da babysitter.
Feci mente locale: buio. Cercai nel passato, nelle ore in cui ero stata incosciente, ma non trovai alcun indizio a cui aggrapparmi. Io e Michael avevamo passato il pomeriggio da soli a guardare cartoni animati, su questo non ci pioveva. Non avevo fatto entrare nessuno in casa, se non il pony express della pizza che avevo ordinato per cena. Il pony express della pizza… Eppure non c’era traccia delle confezioni di cartone, né bicchieri di bibite gassate in giro.
Qualcosa non tornava. Avevo un’unica sicurezza: Michael era morto, ed ero stata io a ridurlo così.
Rimasi immobile alcuni istanti contando tutte le conseguenze del mio gesto inspiegabile. Persi il conto e mi alzai da terra, scattando come un corridore in una gara di staffetta. Arrancai fino al piano superiore ed entrai in bagno.
Buttai il viso sotto il getto del rubinetto e usai tutto il sapone liquido della boccetta, ma nonostante il mio impegno l’acqua che finiva nello scarico continuava a essere cremisi.
Afferrai l’asciugamano più grande che mi era capitato a tiro e ci affondai il volto. Sfregai, sfregai ancora più forte. Poi finalmente decisi di guardarmi allo specchio.
Indietreggiai sconvolta e rovesciai il cesto dei panni sporchi. L’odore di sudore stantio di alcune canottiere si mescolò al sentore metallico che mi avvolgeva.
Niente. Allo specchio non vedevo niente. Mi avvicinai alla specchiera toccandomi nervosamente il naso, gli occhi, la bocca, i capelli, che eppure sentivo tra le mani. Ma davanti a me non c’era il mio riflesso. Corsi nella camera degli ospiti, aprii l’armadio la cui anta destra fungeva da specchiera e mi ci misi davanti. Ancora niente.
Mi buttai giù dalla scalinata che avevo risalito poco prima. Ritornai nel salotto e rovistai nella borsetta alla ricerca dello smartphone. Rovesciai per terra tutto e finalmente lo trovai. Girai la fotocamera verso di me e mi scattai una fotografia, poi un’altra, poi un’altra ancora. Controllai nella memoria del telefono ma tutte e tre risultavano vuote. Si vedeva soltanto la parte della stanza dietro di me. E Michael sullo sfondo, immobile.
Accettai la situazione perché non poteva essere reale.
Rimisi nella borsetta gli oggetti che avevo sparso sul pavimento e raccolsi il golfino poggiato sul tavolo della cucina. I genitori di Michael non sarebbero rientrati prima della fine del weekend. Mi avevano pagata in anticipo promettendomi un extra una volta tornati. Immaginai che non sarebbero stati per nulla soddisfatti del mio servizio.
Spensi la televisione e abbandonai immediatamente la casa. Ragionavo con lucidità, pianificavo, mettevo in pratica. Dopo tutto quello che era successo, dopo tutto quello che non ricordavo, l’unico dettaglio che mi sconvolgeva era non provare nemmeno l’ombra di un senso di colpa.

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2.

Fuori faceva freddo, c’era la nebbia. Il venticello che avrebbe dovuto farmi venire la pelle d’oca non mi dava fastidio.
Camminai mezzora seguendo la strada principale e non incontrai nessuno. Ero esausta e con i vestiti ancora fradici di sangue per colpa dell’umidità. L’alba incombeva.
«Presto sarà tutto finito» sussurrai. «Mi sveglierò nel mio letto, o in quello di qualcun altro. Mi preparerò la colazione o un dopo sbronza, non importa. I brutti sogni spariscono con i primi raggi del sole».
Ma quando i primi raggi arrivarono, l’incubo cominciò a prendere forma.
La pelle iniziò a prudermi, diventò bollente, gli occhi presero a lacrimare senza controllo. Mi portai un braccio davanti al viso nel tentativo di proteggermi. Avvertii una tremenda sensazione di bruciore fino alla spalla e poi la nausea si impadronì di me. Barcollai. E nel momento in cui lasciai ciondolare il braccio verso l’asfalto mi resi conto che non erano lacrime quelle che mi bagnavano le guance. Era sangue. Il mio sangue.
Mi spostai dalla strada e presi una scorciatoia attraverso un giardino fino ad arrivare a una vecchia autorimessa. Camminai nelle zone buie create dalle montagne di macchine accatastate ma ormai il sole si era staccato dall’orizzonte e il caldo si faceva sempre più opprimente.
“Presto sarà tutto finito” pensai.
Sotto una tettoia scorsi un cassonetto dell’immondizia che puzzava di birra fermentata e cibo marcio. Non avevo scelta. Lo aprii senza sforzo e mi ci gettai dentro, richiudendolo con un tonfo. Lo strano bruciore sulla pelle si attenuò quasi all’istante e un’irresistibile spossatezza mi colpì come una mazzata alla base del collo.
Crollai in un angolo, impotente e sudicia, come un rifiuto in attesa di essere smaltito.

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3.

Mi risvegliai nella stessa posizione in cui mi ero addormentata e dal tanfo intuii che dovevo trovarmi ancora nel cassonetto dell’immondizia. Mi arrampicai sui sacchi, sollevai il coperchio abbastanza da ricavarne uno spiraglio e mi guardai intorno con circospezione.
Era di nuovo notte.
Uscii. Gironzolai nelle vicinanze fino ad arrivare davanti alla stamberga che doveva fungere da ufficio dell’autorimessa. Fuori c’era un distributore di bibite acceso e funzionante. Avevo così tanta sete da non riuscire più a deglutire, eppure nessuna di quelle lattine ghiacciate mi faceva venir voglia di cercare qualche moneta da inserire nella macchinetta.
Mi soffermai a osservare la superficie in acciaio lucido che la rivestiva: rifletteva tutto tranne me. Un sorriso amaro mi tagliò in due il viso. Stavo iniziando a farci l’abitudine.
Abbassai il mento e mi guardai la maglietta ormai irrigidita dal sangue essiccato. Il logo del gruppo rock era seppellito sotto la chiazza scura e probabilmente non sarebbe riemerso mai più.
Qualcosa, forse l’istinto, si sostituì alla mia volontà. Sollevai un lembo e lo annusai, poi lo misi tra le labbra cercando di sciogliere i grumi con la saliva. L’idea di quello che stavo facendo smise di disgustami quando la melma che raschiavo con avidità dalla trama lisa della t-shirt cominciò a donarmi un innaturale sollievo.
Un fruscio proveniente dal boschetto vicino al rimessaggio mi mise in allarme. Mi nascosi dietro al distributore automatico, sporgendomi appena da un lato per vedere cosa stava succedendo.
Una clochard sbucò da un cespuglio con ancora parte dei pantaloni calati. Si risistemò con cura, come se fosse appena uscita dalla toilette delle signore, e si avviò per la strada con un carrello della spesa carico delle sue poche cose.
Fu di nuovo l’istinto a muovermi.
La seguii fino al limite della periferia poi, quando decisi che era il momento, mi avvicinai a lei senza farmi notare. La attaccai alle spalle con sicurezza come se fosse stato un rituale compiuto ormai per la millesima volta. Lei provò a opporsi, invano. Le strinsi una mano attorno alla gola piccola e unta fino a penetrarla con le unghie. La mia forza mi sorprese.
Nessun urlo, nessuno spettatore. Afferrai il cadavere per i piedi e lo strascinai in un vicolo poco distante. Non feci domande a me stessa, non cercai di resistere. Bevvi il sangue dalla ferita fino a vomitarlo, poi ricominciai da capo. Lo respirai, perfino. Una volta piena mi sdraiai supina a fianco della salma arida e fissai il lampione che con intermittenza dava e toglieva luce alla stradina cieca.
Mi concessi qualche minuto prima di rovistare tra gli effetti personali della vagabonda. Trovai una maglia nera a maniche lunghe che non aveva mai indossato e un paio di pantaloni verde militare. Mi ripulii, mi cambiai e mi pettinai i capelli all’indietro. Curiosai ancora. In una cassetta d’alluminio che in passato aveva contenuto biscotti al burro da discount c’era uno specchietto tascabile con una crepa che lo tagliava in mezzo.
«Non potersi guardare allo specchio aiuta» constatai.
Tra le cianfrusaglie trovai un coltello a serramanico. Aveva una bell’impugnatura in osso ma la lama era ossidata e consunta. Anche se la punta era scheggiata scommisi con me stessa che il suo lavoro lo avrebbe fatto ugualmente. Forse con addirittura più brutalità. Mi alzai la maglia e strinsi l’arma con entrambe le mani.
«Presto sarà tutto finito».
Mi trafissi la pancia affondando il pugnale fino all’elsa. Soffocai un grido e un’imprecazione mentre una fitta lancinante mi piegò le gambe. Estrassi il coltello dalla carne e lasciai che cadesse a terra con un tintinnio. In quell’istante percepii il sangue della donna farsi strada tra le mie vene. Non sentivo più dolore. In nemmeno dieci secondi il taglio si rimarginò senza lasciare cicatrici.
L’incubo era diventato un sogno.
Mi sentii potente, vincente, euforica, furba, imbattibile, superba, immortale. Ballai sul selciato insanguinato a ritmo dello scolo della grondaia inchinandomi infine alla mia ombra sul muro, l’unica parte di me che mi era rimasta.
Lasciai il cadavere ai topi e al suo destino, avviandomi verso il mio. Sentivo il sangue che mi parlava e che mi chiedeva di essere felice. Mi chiedeva di non avere rimorsi. Ero la principessa di un reame di morte, nessuno avrebbe potuto contrastarmi. Vestivo una corona invisibile, la notte era il mio trono. Avrei preso chi volevo, quando lo volevo, nel modo che desideravo e fin quando ne avrei avuto voglia.
Una voce maschile dietro di me arrestò bruscamente la mia marcia trionfale.
«Lasci tracce dappertutto, bambina» mormorò.
Nell’attimo in cui provai a girarmi per fronteggiarla, una lama sottile mi sbucò dal petto all’altezza del cuore.
«Neonati e orfani» lo sentii brontolare, «che dannata seccatura».
Rovinai a terra come un manichino urtato da un passante. Non riuscivo a muovermi né a reagire. Il sangue non mi parlava più. Con la coda dell’occhio vidi la mia mano avvizzire lentamente, dalla punta delle dita via via sempre più giù. Osservai il tatuaggio dell’Efemerottero che avevo sul dorso vicino all’attaccatura del pollice.
La pelle si era rinsecchita a tal punto da confonderne le linee e i dettagli; ora era solo un disegno indistinguibile, una macchia nera senz’anima. Come me. Eppure una volta era stato un bel tatuaggio; una stilizzata rielaborazione di un crudele mistero della natura, così come io ero stata una brava ragazza.
«Un regno breve» bisbigliai a fatica con sadica ironia, prima di percepire con piena coscienza il mio corpo dissolversi nel vento.

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Breve lettera immaginaria di una ragazza vera, da qualche parte nel mondo

17 domenica Mag 2015

Posted by Giorgia Penzo in Pensieri, Racconti

≈ 17 commenti

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amore, diritti, donne, giornata internazionale contro l'omofobia, lettera, lgbt, No Omofobia, omofobia, omosessualità, racconto

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Questa è una lettera di fantasia ma potrebbe essere il pensiero o il manifesto di milioni di donne nel mondo. Questa lettera è per tutti coloro stanchi di categorizzare l’amore.


Sono una ragazza qualsiasi, di un’età indefinita, di un paese a caso su questo pianeta. Per alcuni sono Sofia, ma il mio nome conta poco. Potrei chiamarmi Josephine, Margaret, Anja, Brigitte, Eldora, Synne, Tomoko, Mudiwa, Shanti. La mia pelle potrebbe essere di un colore qualunque, così come la mia religione.

Ciò non toglie che sia nata sotto una cattiva stella. L’amore mi ha riso in faccia dopo avermi colpito forte. Ha scosso la testa e allargato le braccia, e ho intravisto le sue labbra allargarsi in una smorfia pestifera. “Decide il tuo cuore per chi battere, non la tua testa”, ha sussurrato.

Ho provato a ribellarmi ma non è servito a niente, se non – forse – a rendermi più consapevole. Sono stata in silenzio per molto tempo. Ho tentato di distrarmi, di comportarmi come la maggior parte delle femmine della mia comunità, di uniformarmi alla massa, di pensarla come i miei genitori. Ho creduto che questo potesse guarirmi, dal momento che c’era chi sosteneva che la mia fosse una malattia.
Ho scelto di non parlarne poi, alla fine, ho gridato.

Beati coloro che amano secondo le regole.
Beati quelli che camminano sui binari, perché i sassi intorno alle rotaie sono taglienti.
Beati coloro che trovano la propria anima affine in un corpo del sesso opposto al proprio.

Dicono che ho avuto la sfortuna d’innamorarmi di una donna. Io dico che ho avuto la fortuna di essere ricambiata. Certe persone sostengono che questo sentimento è sbagliato e che lei non può essere la mia famiglia. Mi urlano in faccia che non ho diritti, né dignità. I peggiori bisbigliano. Si trincerano dietro un libro, schiacciandomi con un: “non è normale”.

Hanno ragione. Non è normale amare un altro essere umano così tanto quanto io amo lei.

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Chi sono

Giorgia Penzo, emiliana, ha l'anima un po' incastrata nel passato. Ama il cinema, la mitologia e scappare a Parigi alla prima occasione. È autrice di "Ogni giorno come il primo giorno" (Editrice Nord) e "Il custode di Elias" (Il Battello a Vapore).

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