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Ogni tanto ci provo.
È una tentazione che nasce nelle notti più torride, quelle dove il ventilatore puntato addosso muove solo aria calda; quelle dove i dubbi e le incertezze che di giorno se ne stanno rinchiusi, poi ti ballano in testa fino all’alba.
Mi rigiro una, due, tre volte. Trovo una posizione che dopo qualche minuto si rivela la più scomoda mai tentata. Allora lo faccio.
Allungo una mano verso il bordo del letto alla ricerca di un po’ di frescura. La lascio scivolare sul coprimaterasso, temporeggio. Stacco piano piano le dita dalla parete morbida, le lascio penzolare nel vuoto; il pollice è l’ultimo. Poi tocca al palmo, infine al polso. È fatta. La sensazione di disagio è istantanea: entra dai polpastrelli, si arrampica lungo le falangi. Nel buio, la mano giù dal materasso sembra quasi un invito, e in quell’abisso stretto tra letto e comodino non c’è nulla a cui aggrapparsi.

La mano giù dal materasso è un’esca per tutti i mostri che non esistono e una via d’uscita per quelli che stanno dentro di noi.
Ogni volta conto quanti secondi riesco a resistere prima di ritirarla su, prima che l’inquietudine mi divori lo stomaco. È ridicolo e inevitabile.
Con la mano giù dal materasso ho di nuovo sei anni. Sfido le ombre, perdo, e loro – ogni volta – mi lasciano andare. Torno sulla mia nave, mi sistemo lontano dai bordi e finalmente riesco a prendere sonno. Non importa quanta afa ci sia.
È strano come questo e un lenzuolo tirato sui piedi a proteggerti bastino per scacciare gli incubi.

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